Fast & Furious.

Fast and Furious.

No, non è il titolo di un film, o meglio, non è solo il titolo di un film.

È uno stile di vita, un atteggiamento, un must qui negli Stati Uniti d’America.

Tutti hanno fretta. Tutti vanno veloci. 

Nessuno ha tempo da perdere, nemmeno per aspettare che un’anziana signora finisca di attraversare la strada (a sei corsie…). Appena scatta il verde al semaforo, c’è qualcuno dietro di te che suona il clacson. Se stai uscendo dal parcheggio e un auto attende il tuo posto, c’è qualcuno dietro che inizia a strombazzare perché non ha due minuti da perdere.

Al supermercato ci sono dieci casse aperte, perché nessuno può permettersi di fare un po’ di colonna con il carrello. 

Al ristorante appena hai posato la forchetta da dessert sul tavolo, arriva il cameriere a portarti il conto, dicendoti però “Take your time” (trad. “Fai con calma”). Certo uno che sta ancora deglutendo l’ultimo boccone e si vede arrivare il conto, farà sicuramente con calma!

Mi chiedo cosa debbano fare con tutta questa fretta. 

Io ho imparato a gustare la lentezza e il sapore della calma. 

Non ho paura del silenzio e dei momenti vuoti, che poi vuoti non sono perché si può pensare, si può osservare e si può ascoltare.

E il mondo ha sempre qualcosa di bello da mostrare, come una foglia dai colori di un’arancia che pacifica si lascia trasportare dalle onde del mare, senza premura, certa che prima o poi troverà il suo angolo di spiaggia.

La bellezza della diga.

​Non era una domenica pomeriggio affollata, c’erano persone certo, ma niente in confronto alle folle inferocite pronte a tutto per accaparrarsi l’ultimo lettino.

Io e lui eravamo partiti con calma da casa, volevamo solo passare qualche ora in riva al mare, a far giocare il cane nell’acqua e a respirare un po’ di aria buona. 

Non ero mai stata in quella parte di spiaggia, quella a ridosso della diga, dalla parte settentrionale, la parte che guarda l’isola di Pellestrina. Ho sempre avuto una passione per le dighe e in generale per tutti gli elementi che dalla terra si insinuano nel mare, come i fari; li trovo dei luoghi ibridi, solitari e coraggiosi che nel silenzio del loro isolamento vivono una vita a servizio degli altri. Ero lieta di trovarmi così vicina alla diga, mi sentivo protetta e a casa.

I miei pensieri vagavano tra il cielo grigio e la diga e quasi non mi resi conto delle persone attorno a noi. Persone. Solo persone. Pensai dentro di me, quasi a volermi rassicurare.

Invece no. Non era solo persone; c’era qualcosa di diverso in loro, qualcosa che mi scosse e che scosse anche lui.

Erano persone di tutte le età, bambini, adolescenti, adulti, qualche anziano; di sicuro erano miste anche sotto il profilo geografico e culturale, ma questo dato passava quasi inosservato. A un primo sguardo, sembrava di essere davanti a un insieme qualsiasi di persone.

Mi ci volle un buon quarto d’ora di passeggiata dentro quella folla per comprendere quel senso di disagio e malinconia che mi aveva assalita: erano persone che lottavano ogni giorno per potersi permettere quella mezza giornata di spiaggia libera in quell’angolo di mare che aveva più le sembianze di una discarica. 

Di colpo mi sono sentita piccola e misera. La malinconia era arrivata perché non mi ero accorta subito di un dettaglio: io riflettevo sulla bellezza della diga mentre attorno a me imperava la bellezza della semplicità, la bellezza di chi si accontenta delle piccole cose, la bellezza di quelle persone che sudano ogni giorno sperando che quelle gocce di sudore possano rendere i loro figli più felici. 

E io non me n’ero accorta.