Foglie di gelsomino.

Come foglie di gelsomino

che sovrastano la terra.

Ogive che guardano il cielo,

senza mai toccarlo.

Testimoni dei giorni che passano

e di loro non si curano.

Le crediamo immobili,

ma portano addosso il futuro.

Fino al prossimo inverno,

quando solo chi le ama

potrà salvarle.

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Riflessioni di una quasi sceneggiatrice.

Scrivere, ormai lo fanno in tanti.

Scrittori, ormai lo sono tutti.

A me non è mai interessato apparire.

Anzi. Sono piuttosto timida, e chi mi conosce bene lo sa.

Non ho la pretesa di definirmi scrittrice, anche perché qualcuno che stimo molto, un tempo mi disse che “scrittore è colui che scrive un’opera e viene pagato per questo”. E per quanto mi riguarda sono ben lontana da quella definizione.

Quindi dico: è successo. Mi sono trovata quasi per caso investita del ruolo di sceneggiatrice.

E, a quasi due settimane dalla “prima” ancora mi sento emozionata all’idea che delle attrici abbiano recitato dei miei monologhi davanti a un pubblico che ascoltava, che applaudiva, che rideva, che si intristiva.

Tante persone mi hanno fatto i complimenti, avvicinandosi e stringendomi la mano.

Ma il complimento più grande per me è arrivato da quelle sei donne che si sono fidate di me, che mi hanno dato carta bianca, che mi hanno permesso di creare dodici personaggi a loro ispirati senza mai dubitare del mio lavoro.

Questo è il più profondo e meraviglioso applauso che abbia ricevuto quella sera.

 

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la locandina dello spettacolo è opera di Chiara Varotto

 

Buon cinquantesimo Colonello Buendía.

Oggi è un giorno speciale. Specialissimo per me.

E’ il cinquantesimo anniversario della pubblicazione di Cent’anni di solitudine, di Gabriel Garcia Marquez, in assoluto il mio scrittore preferito.

Curiosando nelle memorie di Gabo, ho trovato qualcosa, anzi qualcuno, che mi ha fatto vibrare le corde dell’anima, come tutto ciò che ruota attorno allo scrittore colombiano: Carmen Balcells.

Gabo era un genio, ma senza Carmen probabilmente sarebbe rimasto nascosto nelle giungle di Macondo.

Carmen non era la solita figlia d’arte, non era nemmeno una saccente letterata, era un perito commerciale, una che cercava fortuna e che la trovò.  Si lasciava guidare dal sesto senso, dal fiuto, dall’intuito, dalla pelle. E grazie a questi doni innati, che nessun corso universitario avrebbe potuto insegnarle, fece un grande regalo all’umanità intera: portò al successo scrittori come Garcia Marquez, Vargas Lllosa, Isabel Allende e tanti altri.

Erano altri anni, anni in cui l’editoria non era così degradata come lo è ora, ma mi consola sapere che anche dei mostri sacri abbiano avuto bisogno di un aiuto terreno per essere consacrati.

Forse, se oggi gli editori scendessero dai loro piedistalli fatti di titoli, corsi e scuole di scrittura, se uscissero in strada anziché starsene arroccati dentro le loro mura fatte di pregiudizi e si lasciassero guidare dall’istinto e dal sesto senso, potrebbero incappare nel nuovo Gabo, o in una nuova Allende.

Non gli era mai venuto in mente fino allora di pensare alla letteratura come al miglior giocattolo che si fosse inventato per burlarsi della gente.

Cent’anni di solitudine, Gabriel Garcia Marquez

 

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Dasha.

Sabato 22 aprile, al liceo L. Stefanini di Mestre ha debuttato il mio brano “Dasha”, interpretato da Daniela Zangara durante lo spettacolo “Ti ho amato da morire” dell’associazione Padovadonne.

Eccolo.

« La vita è una stazione, presto me ne andrò, dove – non lo so dire »
(Marina Ivanovna Cvetaeva)
Mi chiamo Dasha.
In Italiano è Daria, almeno così mi hanno detto.
Non capisco bene cosa ci faccio qui, è pieno di signore molto più vecchie di me…forse si aspettano che faccia loro da badante visto che sono moldava? Spero di no, io il lavoro di mia mamma proprio non lo voglio fare. È per questo che sono andata a vivere per conto mio, per non vederla appassire. Io vorrei fare qualcosa di diverso, non so bene cosa, ma diverso.
Davvero non capisco, come ho fatto a finire qui?
Ero uscita con Dimitry per parlare, eravamo nel nostro solito posto, ho insistito perché lui non aveva niente da dirmi, ma io sì e alla fine ha accettato.
Abbiamo camminato nel vigneto, in Veneto dove viviamo noi ce ne sono molti. A me piacciono tanto perché mi ricordano la casa dei nonni, a Cimislia, dove sono nata.
E quella sera ho insistito io per venire qui, perché  era il nostro posto speciale e io speravo che qui, dove un tempo mi aveva giurato amore, cambiasse idea sulla bambina. Ma non è andata così.
Dimitry  mi portava sempre nei vigneti di Valdobbiadene quando era innamorato di me. Diceva che un giorno avremmo vissuto in una casa con un vigneto e avrei sentito meno la mancanza di Cimislia.
Forse è per quello che mi ha voluta lasciare lì, in quel vigneto di Valdobbiadene. Mi ha pure coperta con le foglie, gli dicevo sempre che la nonna mi faceva sdraiare sull’erba per sentire il loro profumo.
Alla fine è stato un gesto d’affetto.
Certo,  prima mi ha tirato una pietra in testa e mi ha strangolata, ma poi mi ha adagiata sulle foglie. È sempre stato così Dimitry, prima si arrabbiava e poi mi faceva i regali per farsi perdonare.
Chissà, magari è stato il suo modo di chiedermi scusa.
Solo che speravo di rimanere distesa sulle foglie di vite, invece mi hanno trovata ed eccomi qui in questo luogo sconosciuto dove sono la più giovane.
(Si tocca la pancia)
Ah no, in effetti c’è qualcuna di più giovane, lei, la mia bambina, Dimitry sapeva che non avrei potuto stare senza di lei.
E’ stato emozionante sentire le proprie parole recitate da un’attrice professionista di fronte a una platea di giovani studenti.
Spero che questa meravigliosa esperienza teatrale continui.
Grazie.
Padovadonne teatro
Photo Credits: Roberta Lotto.

Per G., che da mesi non esce di casa.

Due parole, per G. che da mesi non può più guardare il suo amato verde.

A te dedico questo verde.

Questo verde che un tempo gestivi tu.

Questo verde che solo tu sapevi domare.

 

Passeggiavi sicura e forte

il coraggio di chi nascondeva i partigiani in casa,

la fierezza di chi è giusto,

l’abbraccio di una madre.

 

Questo verde è per te.

Ha accolto le tue lacrime, i tuoi sogni,

i tuoi figli, i tuoi nipoti.

Tu sapevi parlargli,

tu lo conoscevi meglio di tutti noi.

 

Foglie, erbe, fronde

tutto parla la tua lingua.

E’ qui fuori che ti chiama,

è il tuo verde, da cui non puoi scappare.

 

Cresce, florido, perché a differenza di noi uomini,

più invecchia più risplende,

è il tuo verde,

ti ama, ti protegge, ti stringe a sé.

 

E io lo dedico a te,

è l’unico modo che ho per parlarti del mio amore.

Il tuo verde

ti aspetta,

ti aspetto.

 

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Breve storia di una (ex) reginetta dell’ascensore.

C’era una volta una ragazza che faceva la figa in ascensore.

Aveva un ascensore tutto per sé, come una vera reginetta.

Postava foto con la spesa, senza spesa, con la borsa del laptop, senza borsa del laptop, con il vestito giallo, con quello rosso e con quello nero, con il nuovo smalto sulle unghie e con la borsa appena arrivata dalla Florida.

A volte compariva anche un ragazzo con la barba. Ma poche volte.

Questa ragazza che faceva la figa, aveva molto spazio libero nel suo cervello per ideare nuovi set fotografici in ascensore, benché il tempo a disposizione fosse poco: dal garage al secondo piano.

Presto, sentendosi troppo sola, aggiunse al suo set un amabile esemplare di golden retriever. Certo lo spazio si era ridotto, ma l’appeal era aumentato!

E così divennero lei il cane e il vestito giallo, lei il cane il vestito nero e la borsa nuova, lei il cane e la spesa, lei il cane la spesa e il laptop.

Ma un giorno tutto cambiò.

La ragazza che faceva la figa in ascensore smise di postare foto su Instagram. 

I più pensarono a qualcosa di terribile, l’ascensore precipitato o l’amabile golden, stanco di farsi fotografare, tramutatosi in Freddy Krueger.

Grazie a Dio nulla di così tragico era accaduto!

La ex reginetta aveva soltanto poco spazio per sé nell’amato ascensore, e soprattutto, la sua già ridotta materia grigia non aveva più energie per pensare al set fotografico o al vestito o all’amabile golden retriever abbinato al trench. La sua unica nuova preoccupazione era quella che il minestrone in bottiglia non spandesse nel passeggino.

Tutto è bene quel che finisce bene.

Fine.