Volti.

Un uomo,
la vita pesa sul suo volto di sole.
Una donna,
la zavorra di un tempo ingrato sul viso.
Io osservo.
E mi chiedo: perché loro?

(foto @ Roberta Lotto)

Foglie di gelsomino.

Come foglie di gelsomino

che sovrastano la terra.

Ogive che guardano il cielo,

senza mai toccarlo.

Testimoni dei giorni che passano

e di loro non si curano.

Le crediamo immobili,

ma portano addosso il futuro.

Fino al prossimo inverno,

quando solo chi le ama

potrà salvarle.

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Riflessioni di una quasi sceneggiatrice.

Scrivere, ormai lo fanno in tanti.

Scrittori, ormai lo sono tutti.

A me non è mai interessato apparire.

Anzi. Sono piuttosto timida, e chi mi conosce bene lo sa.

Non ho la pretesa di definirmi scrittrice, anche perché qualcuno che stimo molto, un tempo mi disse che “scrittore è colui che scrive un’opera e viene pagato per questo”. E per quanto mi riguarda sono ben lontana da quella definizione.

Quindi dico: è successo. Mi sono trovata quasi per caso investita del ruolo di sceneggiatrice.

E, a quasi due settimane dalla “prima” ancora mi sento emozionata all’idea che delle attrici abbiano recitato dei miei monologhi davanti a un pubblico che ascoltava, che applaudiva, che rideva, che si intristiva.

Tante persone mi hanno fatto i complimenti, avvicinandosi e stringendomi la mano.

Ma il complimento più grande per me è arrivato da quelle sei donne che si sono fidate di me, che mi hanno dato carta bianca, che mi hanno permesso di creare dodici personaggi a loro ispirati senza mai dubitare del mio lavoro.

Questo è il più profondo e meraviglioso applauso che abbia ricevuto quella sera.

 

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la locandina dello spettacolo è opera di Chiara Varotto

 

Buon cinquantesimo Colonello Buendía.

Oggi è un giorno speciale. Specialissimo per me.

E’ il cinquantesimo anniversario della pubblicazione di Cent’anni di solitudine, di Gabriel Garcia Marquez, in assoluto il mio scrittore preferito.

Curiosando nelle memorie di Gabo, ho trovato qualcosa, anzi qualcuno, che mi ha fatto vibrare le corde dell’anima, come tutto ciò che ruota attorno allo scrittore colombiano: Carmen Balcells.

Gabo era un genio, ma senza Carmen probabilmente sarebbe rimasto nascosto nelle giungle di Macondo.

Carmen non era la solita figlia d’arte, non era nemmeno una saccente letterata, era un perito commerciale, una che cercava fortuna e che la trovò.  Si lasciava guidare dal sesto senso, dal fiuto, dall’intuito, dalla pelle. E grazie a questi doni innati, che nessun corso universitario avrebbe potuto insegnarle, fece un grande regalo all’umanità intera: portò al successo scrittori come Garcia Marquez, Vargas Lllosa, Isabel Allende e tanti altri.

Erano altri anni, anni in cui l’editoria non era così degradata come lo è ora, ma mi consola sapere che anche dei mostri sacri abbiano avuto bisogno di un aiuto terreno per essere consacrati.

Forse, se oggi gli editori scendessero dai loro piedistalli fatti di titoli, corsi e scuole di scrittura, se uscissero in strada anziché starsene arroccati dentro le loro mura fatte di pregiudizi e si lasciassero guidare dall’istinto e dal sesto senso, potrebbero incappare nel nuovo Gabo, o in una nuova Allende.

Non gli era mai venuto in mente fino allora di pensare alla letteratura come al miglior giocattolo che si fosse inventato per burlarsi della gente.

Cent’anni di solitudine, Gabriel Garcia Marquez

 

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