Un tiepido calore.

E così finisci per non capire la ragione di tante cose.
Sai che alla fine non ti piace sentirti così però come una droga, capisci che non ne puoi fare a meno, altrimenti la vita ti scorre via sotto i passi.
Quando ti senti così, sei in una dimensione diversa, la dimensione in cui percepisci il tuo essere che, libero da ogni barriera, si lascia andare e non ha paura di altalenare tra il male e il bene, tra la sofferenza e la felicità. Perché in fondo è quello che vuoi, vivere senza doverti preoccupare del dolore che provi e provochi.
E allora via, liberi, liberi, liberi sempre, noncuranti del tempo che passa e della fiamma che si consuma.
Rimanere al buio ti piace, e sentire solo il tuo respiro bagnato dalle lacrime non ti fa paura, perché prima del buio hai vissuto in una luce talmente accecante che ti ha riempito gli occhi.
E quel tiepido calore che senti in fondo, tra il cuore e i polmoni, ti basta per non morire.

Riflessioni di una quasi sceneggiatrice.

Scrivere, ormai lo fanno in tanti.

Scrittori, ormai lo sono tutti.

A me non è mai interessato apparire.

Anzi. Sono piuttosto timida, e chi mi conosce bene lo sa.

Non ho la pretesa di definirmi scrittrice, anche perché qualcuno che stimo molto, un tempo mi disse che “scrittore è colui che scrive un’opera e viene pagato per questo”. E per quanto mi riguarda sono ben lontana da quella definizione.

Quindi dico: è successo. Mi sono trovata quasi per caso investita del ruolo di sceneggiatrice.

E, a quasi due settimane dalla “prima” ancora mi sento emozionata all’idea che delle attrici abbiano recitato dei miei monologhi davanti a un pubblico che ascoltava, che applaudiva, che rideva, che si intristiva.

Tante persone mi hanno fatto i complimenti, avvicinandosi e stringendomi la mano.

Ma il complimento più grande per me è arrivato da quelle sei donne che si sono fidate di me, che mi hanno dato carta bianca, che mi hanno permesso di creare dodici personaggi a loro ispirati senza mai dubitare del mio lavoro.

Questo è il più profondo e meraviglioso applauso che abbia ricevuto quella sera.

 

PD_0617_1-full.jpg
la locandina dello spettacolo è opera di Chiara Varotto

 

Buon cinquantesimo Colonello Buendía.

Oggi è un giorno speciale. Specialissimo per me.

E’ il cinquantesimo anniversario della pubblicazione di Cent’anni di solitudine, di Gabriel Garcia Marquez, in assoluto il mio scrittore preferito.

Curiosando nelle memorie di Gabo, ho trovato qualcosa, anzi qualcuno, che mi ha fatto vibrare le corde dell’anima, come tutto ciò che ruota attorno allo scrittore colombiano: Carmen Balcells.

Gabo era un genio, ma senza Carmen probabilmente sarebbe rimasto nascosto nelle giungle di Macondo.

Carmen non era la solita figlia d’arte, non era nemmeno una saccente letterata, era un perito commerciale, una che cercava fortuna e che la trovò.  Si lasciava guidare dal sesto senso, dal fiuto, dall’intuito, dalla pelle. E grazie a questi doni innati, che nessun corso universitario avrebbe potuto insegnarle, fece un grande regalo all’umanità intera: portò al successo scrittori come Garcia Marquez, Vargas Lllosa, Isabel Allende e tanti altri.

Erano altri anni, anni in cui l’editoria non era così degradata come lo è ora, ma mi consola sapere che anche dei mostri sacri abbiano avuto bisogno di un aiuto terreno per essere consacrati.

Forse, se oggi gli editori scendessero dai loro piedistalli fatti di titoli, corsi e scuole di scrittura, se uscissero in strada anziché starsene arroccati dentro le loro mura fatte di pregiudizi e si lasciassero guidare dall’istinto e dal sesto senso, potrebbero incappare nel nuovo Gabo, o in una nuova Allende.

Non gli era mai venuto in mente fino allora di pensare alla letteratura come al miglior giocattolo che si fosse inventato per burlarsi della gente.

Cent’anni di solitudine, Gabriel Garcia Marquez

 

20170530_201319

Breve storia di una (ex) reginetta dell’ascensore.

C’era una volta una ragazza che faceva la figa in ascensore.

Aveva un ascensore tutto per sé, come una vera reginetta.

Postava foto con la spesa, senza spesa, con la borsa del laptop, senza borsa del laptop, con il vestito giallo, con quello rosso e con quello nero, con il nuovo smalto sulle unghie e con la borsa appena arrivata dalla Florida.

A volte compariva anche un ragazzo con la barba. Ma poche volte.

Questa ragazza che faceva la figa, aveva molto spazio libero nel suo cervello per ideare nuovi set fotografici in ascensore, benché il tempo a disposizione fosse poco: dal garage al secondo piano.

Presto, sentendosi troppo sola, aggiunse al suo set un amabile esemplare di golden retriever. Certo lo spazio si era ridotto, ma l’appeal era aumentato!

E così divennero lei il cane e il vestito giallo, lei il cane il vestito nero e la borsa nuova, lei il cane e la spesa, lei il cane la spesa e il laptop.

Ma un giorno tutto cambiò.

La ragazza che faceva la figa in ascensore smise di postare foto su Instagram. 

I più pensarono a qualcosa di terribile, l’ascensore precipitato o l’amabile golden, stanco di farsi fotografare, tramutatosi in Freddy Krueger.

Grazie a Dio nulla di così tragico era accaduto!

La ex reginetta aveva soltanto poco spazio per sé nell’amato ascensore, e soprattutto, la sua già ridotta materia grigia non aveva più energie per pensare al set fotografico o al vestito o all’amabile golden retriever abbinato al trench. La sua unica nuova preoccupazione era quella che il minestrone in bottiglia non spandesse nel passeggino.

Tutto è bene quel che finisce bene.

Fine.

Fast & Furious.

Fast and Furious.

No, non è il titolo di un film, o meglio, non è solo il titolo di un film.

È uno stile di vita, un atteggiamento, un must qui negli Stati Uniti d’America.

Tutti hanno fretta. Tutti vanno veloci. 

Nessuno ha tempo da perdere, nemmeno per aspettare che un’anziana signora finisca di attraversare la strada (a sei corsie…). Appena scatta il verde al semaforo, c’è qualcuno dietro di te che suona il clacson. Se stai uscendo dal parcheggio e un auto attende il tuo posto, c’è qualcuno dietro che inizia a strombazzare perché non ha due minuti da perdere.

Al supermercato ci sono dieci casse aperte, perché nessuno può permettersi di fare un po’ di colonna con il carrello. 

Al ristorante appena hai posato la forchetta da dessert sul tavolo, arriva il cameriere a portarti il conto, dicendoti però “Take your time” (trad. “Fai con calma”). Certo uno che sta ancora deglutendo l’ultimo boccone e si vede arrivare il conto, farà sicuramente con calma!

Mi chiedo cosa debbano fare con tutta questa fretta. 

Io ho imparato a gustare la lentezza e il sapore della calma. 

Non ho paura del silenzio e dei momenti vuoti, che poi vuoti non sono perché si può pensare, si può osservare e si può ascoltare.

E il mondo ha sempre qualcosa di bello da mostrare, come una foglia dai colori di un’arancia che pacifica si lascia trasportare dalle onde del mare, senza premura, certa che prima o poi troverà il suo angolo di spiaggia.

La bellezza della diga.

​Non era una domenica pomeriggio affollata, c’erano persone certo, ma niente in confronto alle folle inferocite pronte a tutto per accaparrarsi l’ultimo lettino.

Io e lui eravamo partiti con calma da casa, volevamo solo passare qualche ora in riva al mare, a far giocare il cane nell’acqua e a respirare un po’ di aria buona. 

Non ero mai stata in quella parte di spiaggia, quella a ridosso della diga, dalla parte settentrionale, la parte che guarda l’isola di Pellestrina. Ho sempre avuto una passione per le dighe e in generale per tutti gli elementi che dalla terra si insinuano nel mare, come i fari; li trovo dei luoghi ibridi, solitari e coraggiosi che nel silenzio del loro isolamento vivono una vita a servizio degli altri. Ero lieta di trovarmi così vicina alla diga, mi sentivo protetta e a casa.

I miei pensieri vagavano tra il cielo grigio e la diga e quasi non mi resi conto delle persone attorno a noi. Persone. Solo persone. Pensai dentro di me, quasi a volermi rassicurare.

Invece no. Non era solo persone; c’era qualcosa di diverso in loro, qualcosa che mi scosse e che scosse anche lui.

Erano persone di tutte le età, bambini, adolescenti, adulti, qualche anziano; di sicuro erano miste anche sotto il profilo geografico e culturale, ma questo dato passava quasi inosservato. A un primo sguardo, sembrava di essere davanti a un insieme qualsiasi di persone.

Mi ci volle un buon quarto d’ora di passeggiata dentro quella folla per comprendere quel senso di disagio e malinconia che mi aveva assalita: erano persone che lottavano ogni giorno per potersi permettere quella mezza giornata di spiaggia libera in quell’angolo di mare che aveva più le sembianze di una discarica. 

Di colpo mi sono sentita piccola e misera. La malinconia era arrivata perché non mi ero accorta subito di un dettaglio: io riflettevo sulla bellezza della diga mentre attorno a me imperava la bellezza della semplicità, la bellezza di chi si accontenta delle piccole cose, la bellezza di quelle persone che sudano ogni giorno sperando che quelle gocce di sudore possano rendere i loro figli più felici. 

E io non me n’ero accorta.

Un caschetto biondo e un violino.

Mi sono sempre chiesta cosa spinga un musicista a suonare agli angoli della strada.

Non parlo di quei musicisti che usano la musica di strada come espediente per racimolare qualche soldo con cui poter sopravvivere. No. Parlo di quelli che suonano il violino, il violoncello, il flauto traverso. Persone distinte, di solito di una certa età, probabilmente diplomati al conservatorio, che non hanno per niente l’aria di qualche bluesman di strada.

Oggi pomeriggio, passeggiando per le vie di una Padova che pretende di essere très chic, ho sentito un suono di violino sotto i portici. Dopo qualche metro, nascosta tra due colonne di fronte a piazza Insurrezione, una signora distinta, minuta, un caschetto biondo con la riga di lato tenuta ferma da una forcina, muoveva con disinvoltura l’archetto sopra le quattro malinconiche corde di un vecchio violino. Cosa stesse suonando non lo so; ma lei, quella distinta signora col caschetto biondo, era del tutto rapita dalla sua stessa musica.

Non mi sono fermata ad ascoltarla. Ho rallentato il passo, cercando di sbirciare dentro la custodia aperta del violino, posata a terra: volevo capire se qualcuno le avesse lasciato dei soldi, o se ci fosse qualche cartello o scritta. Nulla. Solo degli spartiti.

Mentre proseguivo la mia passeggiata, mi sono chiesta la ragione per cui una signora così decida di suonare per strada, rischiando magari di essere schernita da qualche ignorante ragazzino, o peggio ancora. Dev’essere una motivazione davvero forte a darle il coraggio di scendere in piazza ed esporsi a un potenziale pubblico ludibrio, con il suo maglioncino a righe bianche e blu .

Forse un tempo la mia signora era un elemento di una grande orchestra di qualche rinomato teatro dell’est Europa. Suonava Strauss, Brahms e Wagner. La sua musica viaggiava lungo il Danubio. E un giorno, assieme alle note del violino, il Danubio ha portato con sé anche l’amore della signora con il caschetto biondo; e ora lei suona agli angoli delle strade d’Europa le stesse note che suonava un tempo, con la speranza di ritrovare quell’amore che se n’è andato sul bel Danubio blu.

violino

Dedicato a C. e alle sue lentiggini.

Ci sono persone con cui per anni trascorri momenti importanti della tua vita.

Poi, all’improvviso non le vedi più, perché la vita, la stessa che te le ha fatte incontrare, vi separa. All’inizio provi nostalgia e cerchi di tenerti in contatto; poi per qualche strano motivo che non sai descrivere, senti che non è più necessario quel contatto. Decidi così di lasciar andare quella persona che fino a qualche tempo prima ti sembrava indispensabile per la tua felicità. E poi arriva qualcosa di terribile che di colpo ti riporta indietro il ricordo vivo di quella persona e ti fa comprendere quanto sia stata significativa per te, anche se in silenzio.

I nostri erano momenti di allegria, di gioia, di scoperte, di sperimentazioni. Momenti di estati trascorse al mare durante gli anni Ottanta e Novanta, quando ancora non esistevano Facebook, Whatsapp o Youtube, e tutto era respirato come se fosse l’ultima boccata d’ossigeno prima di un’immersione.

Lei era nel gruppo delle “grandi”. Avevamo solo quattro anni di differenza, ma tra otto e dodici anni corre un abisso, come tra dodici e sedici. Io stavo con sua sorella, mia coetanea, anche se non avevamo molto in comune. Ma era l’unico modo per stare più vicina a Lei e poter mettere il naso in quello che io reputavo il suo meraviglioso mondo. Lei era la mia musa, volevo essere come Lei; addirittura volevo essere Lei.

Lei era la più bella delle ragazzine grandi. Non c’era paragone con le altre. Occhi grandi da gatta, sorriso aperto, labbra carnose, capelli scuri e lentiggini sul naso. Oh, quanto adoravo quelle lentiggini! Le volevo anche io, a tutti i costi. Come volevo a tutti i costi vestirmi come Lei. Ma non mi era concesso, io ero una bambina. Lei era grande.

Lei era diversa dalle altre del suo gruppo, a cui interessava solo farsi corteggiare dai ragazzi e tutto quello che ne conseguiva. Le piaceva stare sola a fare le sue cose. Non ho mai saputo quali fossero, ma ero certa che fossero cose strabilianti. Per quello Lei era speciale.

Correvano molte voci sulla sua famiglia, voci da cui era meglio stare lontani. Ma io non ci facevo caso, a otto, dieci, dodici anni neanche capivo cosa volessero dire quelle voci. Per me era importante solo una cosa: volevo essere come Lei. Credo di averlo anche detto alla mamma una volta, e in risposta, se non ricordo male, mi devo essere presa una punizione: quelle non erano persone da cui prendere esempio. Io continuavo a non capire.

Lei mi trattava sempre bene. Era l’unica dei “grandi” che mi dava retta. Mi diceva sempre che avrebbe voluto avere una sorellina bella come me. Io la abbracciavo e le rispondevo che per me era lo stesso.

Poi un’estate non la vidi più. Ormai era grande, per davvero. Le vacanze al mare con la sorella minore e i genitori non erano di certo la migliore aspirazione per una ventenne. E l’estate successiva, non vidi più nemmeno il resto della famiglia. Per un paio di estati sperai sempre di scorgere qualcuno sul terrazzo del loro appartamento; invano. Vendettero e nessuno disse altro.

Senza rendermene conto, la misi nel cassetto dei ricordi che col trascorrere degli anni e delle esperienze si andava riempiendo sempre più fino a farla quasi scomparire.

Finché, in un pomeriggio di festa, una notizia ha di colpo spazzato via tutto quanto soffocava il ricordo di Lei e lo ha riportato in cima, come se nel cassetto vi fosse appena entrato.

Come un tuono inatteso, il dolore ha risvegliato quella bambina che correva in bicicletta sperando di incontrare per caso la sua musa.

Ma Lei, la musa, non c’è più, qualcuno o qualcosa l’ha portata via.

peonia

 

La fine del corso e la mola.

Rifletto.

La fine di un percorso, sia esso una maratona, un viaggio o un corso di scrittura porta sempre a una riflessione.

Sette mesi fa la mail di conferma per l’iscrizione. Due mesi dopo l’inizio. E ora, quattro mesi dopo quel primo Febbraio, la conclusione.

Ieri sera con il piede sull’acceleratore, sola in un’autostrada vuota, mentre la voce di una primissima Nina Persson tentava di distrarmi, non potevo fare a meno di commuovermi. Già, perché questi quattro mesi di “lunedì sera a Treviso” mi hanno presa per mano e condotta verso la fine di un cammino. Mi sembrava così lontana la giornata di ieri, che non mi sono resa conto di averla superata. E quando nel buio di un lunedì notte nemmeno un camion accompagnava il mio tragitto verso casa, tutto è esploso in un secondo.

Che cosa scriverò nell’esercizio per il prossimo lunedì? Nulla. Non ci sono esercizi.

Come sarà la prossima lezione? Nulla. Non ci saranno prossime lezioni.

Di punto in bianco, mi sono resa conto che ora tocca a me. Non ho più scuse, più pretesti, più appigli. Non c’è più un insegnante che possa dare un consiglio, né un compagno con cui potermi confrontare. Certo, ci sarà sempre qualcuno a cui chiedere, ma dovrà partire tutto da me.

Il tempo del tergiversare è giunto al termine.

Lo strumento con cui scrivo è stato affilato sulla mola, ora è pronto per essere usato. Non so ancora cosa produrrà; forse andrà smussato di nuovo, preso a martellate, scagliato al suolo in impeti d’ira e poi ripreso per essere usato ancora.

Basta avere paura, è ora di tuffarsi.

MOLA

 

 

Django, la luna e loro.

La luna piena nascosta dietro a qualche nuvola che ne filtra la luce e la fa apparire ancora più chiara.

Una piccola piazza di vecchi muri e mattoni ancestrali.

Un albero di fichi che con la sua virile imponenza ricorda che siamo prossimi all’estate.

Un’orchestrina di quattro elementi che suona le musiche manouches di Django Reinhardt.

Qualche bicchiere di Serprino dei Colli Euganei, fresco e frizzante.

E loro, i miei compagni di quel venerdì sera: essenziali elementi di quello che sarebbe potuto essere un estratto di un film di Woody Allen.

Un invito all’ultimo momento da parte di un caro amico: venite? Sì dai, veniamo! E via, percorriamo le dolci curve dei Colli Euganei fino a giungere a destino: Arquà Petrarca. Panche e tavoli di legno sparsi per la piazza di fronte alla chiesa di Santa Maria Assunta; fritoin di pesce e patatine, anche se pommes frites suonerebbe meglio. Gianni, in arte Jean, che con la sua chitarra dirige i suoi “Tsiganskaja”, quartetto di jazz manouche, una delle invenzioni musicali più incantevoli della storia, dove il jazz americano contamina la musica tzigana.

E loro, Piero, Ingrid, Monica, Giancarlo, Barbara, Arrigo, e tanti altri che con le loro storie rendono la serata un viaggio sensoriale ed emotivo. Persone con età diverse, con vite diverse, con passati diversi: tutti a raccontare una loro esperienza, un loro episodio di vita, una loro impressione di mondo. Divertenti e scanzonati, delicati e suggestivi come le musiche manouches.

…I’ll see you in my dreams, Django!

django